Platone, nel libro VIII della Repubblica, scrive: << Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che glie ne versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, son dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato; che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffa di lui; che i giovani pretendono gli stessi diritti, la stessa considerazione dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno. In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia >>. Per Platone, quindi, la tirannia nasce da un eccessivo permissivismo, da una degenerazione della libertà, dalla mancanza di un ordine logico, ontologico, e morale. Immaginiamo la società civile come un orologio di cui le diverse istituzioni rappresentano i diversi ingranaggi; finché ogni ingranaggio compie le proprie mansioni l’orologio funziona bene. Ma se un ingranaggio smette di compierle, dedicandosi ad altro, l’orologio non funziona più. Facciamo un altro esempio e paragoniamo la società civile ad un organismo vivente; finché ogni cellula esegue le proprie istruzioni l’organismo rimane sano; ma se una cellula smette di fare il suo lavoro per fare altro, l’organismo si ammala. Se ci avventuriamo nella comprensione della critica di Benedetto XVI al relativismo notiamo una certa consonanza di pensiero.
Platone parla di un popolo “divorato dalla sete di libertà”. Una libertà che diviene libertinaggio. Quale è la differenza tra libertà e libertinaggio? La categoria della libertà riconosce accanto alla pretesa di un diritto l’adempimento di un dovere: “nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone, il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto”. La libertà è quindi il riconoscimento di una complementarità tra diritti-doveri che disciplinano la propria condotta. Il libertinaggio non riconosce questa complementarità. Il libertinaggio è la pretesa di avere il solo dovere di rivendicare i propri diritti. La libertà riconosce la presenza di regole che disciplinano la condotta (“vero schiavo è colui che non riconosce le proprie catene”), il libertinaggio riconosce come unica regola il soddisfacimento dei propri piaceri e desideri. La libertà, nel perseguire un determinato fine, è attenta ad utilizzare i mezzi dettati dalle regole del contesto sociale in cui è inserito il soggetto. Il libertinaggio, nel perseguire un determinato fine utilizza qualsiasi mezzo perché non riconoscere nessuna regola. Potremmo definire la libertà come l’esplicitarsi di un insieme di azioni ordinate ad un sistema di regole ed il libertinaggio come l’esplicazione di azioni senza regole. Usando un procedimento di astrazione teoretica e ragionando per coppie categoriali potremmo utilizzare l’accoppiamento libertà-libertinaggio/ordine-disordine. Quindi l’essenza della libertà è l’ordine; mentre l’essenza del libertinaggio è il disordine. Il problema alla base dell’analisi di Platone è la mancanza di un’ordine nell’organizzazione sociale di un gruppo di individui. Non andiamo ad analizzare lo sfondo storico-politico di Atene ai tempi di Platone.
Limitiamoci a focalizzare la nostra attenzione sulla seguente asserzione: Se un insieme di individui, riuniti in gruppo, riconosce la presenza di regole che disciplinano le proprie azioni, siamo in presenza di un contesto sociale di uomini liberi; se ciò non accade siamo in presenza di un contesto sociali di schiavi sotto il dominio di una tirannia, la tirannia del più forte. Tutto il Magistero di Benedetto XVI è orientato all’esplicitazione di questi concetti applicati all’analisi del contesto sociale e storico culturale che caratterizza il suo Pontificato. Già nell’omelia del 18 aprile del 2005 il cardinale J. Ratzinger richiama il problema del relativismo. Egli fa notare che <<avere una fede chiara secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi trasportare qua e là da “qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento dei tempi moderni>>. Il rovescio della medaglia di una “fede chiara” quindi, porta all’innesco di un meccanismo in cui << si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla di definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie >>. A partire dal 2005 prende forma all’interno della riflessione ecclesiale il concetto di una “dittatura del relativismo centrata sull’io ed i suoi desideri”. Con il relativismo siamo di fronte ad un “moltiplicarsi degli assoluti”: L’individualismo (in cui è l’individuo a pretendere di assolutizzare il proprio punto di vista e ad imporlo agli altri), le religioni teocratiche secolari; lo scientismo, la tecnocrazia. Ogni individuo ed ogni istituzione all’interno di un organizzazione sociale ha una “pretesa religiosa”, potremmo dire “metafisica”, “trascendentale”. Per usare un espressione del Cardinale: << siamo come in un Pantheon dove molteplici “relativi” tendono ad “assolutizzarsi” >>. Questa assolutizzazione dei relativismi innesca una lotta senza regole in cui l’unica cosa che importa è imporre il proprio punto di vista, portando alla tirannia del più forte. Il concetto “Dittatura del relativismo” è una generalizzazione del concetto di “dittatura di un soggetto immanente con pretese di trascendenza” che potrebbe procedere all’infinito assumendo le sembianze di una “dittatura della maggioranza”, di una “dittatura dell’astuzia”, “del più forte”, “dell’utile”, di una “dittatura del dilettevole o del piacere”. Senza una “dittatura della verità” chiunque trova i mezzi giusti, al momento giusto, potrebbe diventare un “dittatore relativo”.
Il Cardinale, a questo punto, per arginare il problema ed evitare una catastrofe, fa un appello universale: <<un richiamo alla vera laicità della società e dello Stato>>. Una “sana laicità” implica l’effettiva autonomia delle realtà terrene, non certo dall’ordine morale, ma dalla sfera ecclesiastica; ma questa autonomia non deve comportare una separazione della sfera laica da quella ecclesiastica ed un procedere ognuno per la propria strada. Questa “sana laicità” non può ridursi a sterile neutralità ed è questa la denuncia di Ratzinger. Se lo Stato e le istituzioni della società civile rimango neutrali o addirittura indifferenti rispetto alle istituzioni religiose si ha come naturale conseguenza “l’esclusione della religione e dei suoi simboli dalla vita pubblica mediante il loro confinamento nell’ambito del privato e della coscienza individuale”. << Considerata come mera espressione di sentimenti, aspettative, visioni del mondo, timori irrazionali, consolazioni ideali e retaggi culturali del passato, la religione, ogni religione, viene recepita come un fattore senza importanza, estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante di cui si esclude ogni forma di rilevanza politica e culturale >> (Discorso alla Unione dei giuristi, 2006). Lo stesso Papa Ratzinger ha fatto rilevare che la pretesa di una laicità che esclude la trascendenza dalle categorie della ragione è altrettanto “assoluta” quanto gli “assoluti” della religione. Non solo, ma questa forma di laicità “assoluta” finisce per violare l’ “ostentata neutralità” attraverso le incursioni di conoscenze e prassi che ambiscono esse stesse ad una assolutezza gnoseologica e soteriologica di tipo “religioso”. << L’uomo non può riporre nella scienza e nella tecnologia una fiducia talmente radicale e incondizionata da credere che il progresso scientifico e tecnologico possa spiegare qualsiasi cosa e rispondere pienamente a tutti i suoi bisogni esistenziali e spirituali >> (Discorso alla Pontificia accademia delle scienze, 2006). << Quando gli “assoluti” si moltiplicano, la laicità diventa un Pantheon, ogni assoluto diviene relativo e il relativo si trasforma nell’unica certezza che non ammette discussione, generando una nuova dittatura, quella del relativismo >>. Siamo in una situazione di completa confusione, l’unica certezza è che non vi sono certezze. Ognuno si costruisce un suo singolare sopramondo in cui regna sovrano, in lotta con tutto e con tutti, in una logica di sopravvivenza (interessante è il testo di C. Lash, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un epoca di turbamenti). Ezio Mauro e Z. Bauman nel 2015 scrivono un libro dal titolo Babel e ci danno un immagine che aderisce perfettamente allo scenario che si è aperto: “Solitari interconnessi”. In un passo scrivono gli autori: “Viviamo in mare aperto, sotto l’onda continua, senza un punto fermo e uno strumento che misuri il peso e la distanza delle cose. Nulla sembra stare al suo posto, molto sembra non avere più un posto”.
Il risvolto pedagogico e sociologico di tale fenomeno si sostanzia nei fatti di cronaca sconvolgenti che interessano soprattutto le nuove generazioni. Vorrei citare un commento del Prof. Galimberti ad un fatto di cronaca avvenuto un paio di mesi fa che riguarda l’uccisione di una ragazza da parte del fidanzato perché lei era incinta. La motivazione dell’atto è stata: “così facendo sarei stato finalmente libero”. Ecco cosa dice il Prof. Galimberti: << Kant diceva che il bene e il male potremmo anche non definirli perché ciascuno li sente naturalmente da se. Oggi non è più vero. Non è più vero che oggi uno studente senta la differenza tra insultare un professore o pigliarlo a calci. Oppure tra il corteggiare una ragazza o stuprarla. Se ascoltiamo le parole che questi “nobili fanciulli” danno ai magistrati sono disarmanti: “che cosa abbiamo fatto ?”. Ormai oltre ad un abbassamento culturale c’è anche un abbassamento emotivo. Questi ragazzi crescono senza una “risonanza emotiva”. Avere una risonanza emotiva vuol dire “sentire, prima di mettere in moto la ragione, cosa è bene e cosa è male; ciò che è grave e ciò che grave non è”. Senza una risonanza emotiva si ha a che fare con gli psicopatici (coloro che hanno una psiche apatica rispetto a ciò che accade con i loro comportamenti). La risonanza emotiva nasce con l’empatia; appena nati l’abbiamo tutti: fino al primo anno, quando il bambino non conosce ancora la sua distanza rispetto al mondo esterno, se vede un altro bambino piangere, piange anche lui perché pensa che il dolore lo riguardi. L’empatia si perde quando madri e padri non incoraggiano queste cose: la mamma dice “oh il mio bambino è troppo sensibile”; il padre lo abitua a giocare con braccio di ferro. Quando si insegnano i valori della forza invece di apprezzare quelli della sensibilità l’empatia si spegne. La si può recuperare limitatamente agli anni della scuola materna oppure ai primi anni della scuola elementare, poi non più >>.
Questa illuminante osservazione dovrebbe far riflettere noi genitori. Dovremmo imprimere bene in mente la frase “Quando si insegnano i valori della forza invece di apprezzare quelli della sensibilità l’empatia si spegne”. Spesso e volentieri siamo inclini a orientare i nostri figli verso la logica della competizione, del dominio sull’altro, della violenza, dello scontro, della prevaricazione, della forza. Tra Cristo e Barabba quasi sempre scegliamo Barabba come modello da imitare. Qualcuno poco attento potrebbe dire “Che centra Cristo?”. Cristo è il maestro che con il suo esempio ci insegna l’empatia e la misericordia. Cristo è il modello a cui dovremmo ispirarci nell’educare i nostri figli. Lui è l’“uomo perfetto”. Eppure oggi ci vergogniamo anche di pronunciare il Suo nome. Non ci accorgiamo che il mondo va sempre più a rotoli perché ci siamo allontanati da lui. Non riusciamo a comprendere che “la creatura senza il suo creatore è destinata a scomparire”. Abbiamo confinato la vita di fede nell’ambito del privato e della coscienza individuale. Il problema è che senza un “educazione alla fede” difficilmente si sviluppa e matura una coscienza individuale. La coscienza è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et Spes, 16). La coscienza è un dialogo con Dio e si sviluppa e cresce nel medesimo dialogo. Se escludiamo Dio dalla vita sociale, politica e culturale, escludendo quindi l’educazione alla fede, come facciamo a sviluppare la coscienza? Come facciamo ad avere coscienza (e quindi consapevolezza) delle nostre azioni se non sviluppiamo questa coscienza. La vita spirituale ha come presupposto la coscienza, altrimenti tutto si riduce ad un processo di stimolo/risposta. Noi genitori non ci sforziamo nemmeno minimamente di suscitare nei nostri figli un interesse per Cristo. Non ci pensiamo proprio a proporlo come modello da imitare; i nostri modelli e quelli che ci inculcano i mass media sono altri: calciatori, cantanti, ballerini, influencer che vengono immortalati in banali azioni quotidiane, youtuber che compiono le azioni più strampalate per avere un like o l’iscrizione al canale. Ci vergogniamo di Cristo ed i risultati sono sotto i nostri occhi. “Affinché il male avanzi è sufficiente che il bene rimanga inoperoso”. Non possiamo escludere la fede dal contesto sociale e politico. C’è bisogno di una “fede matura”, quanto di una “laicità matura”. Non si può separare la fede dalla ragione. Vorrei concludere questa breve riflessione, che ha il semplice scopo di stimolare la riflessione su questi temi, con le parole di Roberto Colombo che sintetizzano bene l’orientamento del pontificato ed il lavoro di tutta la vita di J. Ratzinger. Il Prof. Colombo definisce J. Ratzinger << un Teologo e Cardinale che divenuto Papa, si è fatto araldo del “principio di laicità” della società civile e dello Stato contro le “pretese religiose”: quelle di religioni teocratiche, ma anche quelle, insidiose, degli “assoluti” della cultura scientifica e della prassi tecnologica che tendono a dominare la vita sociale e politica >>. Per Benedetto XVI << come la fede “purifica la ragione”, perché “la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio sé stessa» e le permette «di svolgere in modo migliore il suo compito”, e la ragione “purifica la fede”, espungendo da essa la superstizione, l’arbitrarietà e l’illogico, così la religione “valorizza la laicità” nel vertice della sua positività – l’apertura ad ogni dimensione della persona ed al senso ultimo della vita – e la laicità “valorizza la religione” quale contributo alla ricerca della verità, della bellezza, del bene, della giustizia, della pace e dell’amicizia tra i popoli, cui ciascun uomo tende per vocazione naturale>>.